È andata in scena ieri sera presso l’anfiteatro di Luni, in prima nazionale per Lunatica, la storia della migrazione. Soggetto attuale, la migrazione, sufficiente sintonizzarsi su un qualsiasi tg italiano per sentirne parlare. Ma se, come saggiamente puntualizza Moni Ovadia la storia con la S maiuscola non è che un’aberrazione, le storie raccontate ieri sera non sono che quelle di una creatura del tutto particolare, pensante e inadatta alla cattività, l’uomo, l’uomo in ogni sua declinazione, etnia o condizione. Homo migrans appunto, questo il titolo dello spettacolo scritto da Marco Rovelli non è altro che la rappresentazione della condizione umana, l’origine di una storia fatta d’innumerevoli singolarità. L’interpretazione del mito di Abramo di Ovadia a scoprire una filosofia nuova, oggi del tutto seppellita da nuove idolatrie e nuovi dogmi, quella che ha dato origine ai 3 grandi monoteismi: la partenza, l’abbandono delle proprie certezze alla ricerca di sé stessi. Ed è così che l’erranza del popolo ebraico perde i connotati della conquista e la Terra Promessa non è più definibile perché tutti non siamo che ospiti sulla terra di Dio. In un racconto a 5, Moni l’ebreo errante, lo zio toscano di Marco e la nonna veneta di Camilla, Mohamed il senegalese e Jovic il rom, tutti milanesi oggi, con storie apparentemente del tutto diverse ma in fondo simili da raccontare. Quando il viaggio è una condizione esistenziale di tutta la società umana e occidentale in particolare, si fa più difficile comprendere le scelte della “fortezza Europa” che allora forse sembra non avere più neppure gli strumenti per capire se stessa. Questa la grande riflessione cui ha voluto tendere Homo migrans, cui, a quanto pare il pubblico ha partecipato attivamente se le ultime note cantate da Rovelli si sono fatte un unico coro: “nostra patria è il mondo intero”.
