“Mi dispiace per quello che è accaduto a Stefano Romanini: nessuno dovrebbe morire così. Ma noi non siamo assassini, se qualcuno mai lo avesse pensato”. Parla Nadia Bellè, cugina di Aldo Manfredi, il camionista morto lo scorso 31 ottobre sotto una frana a Mirteto. Quella frana dopo la quale fu indagato proprio l’imprenditore Stefano Romanini con la sua ditta, ucciso martedì scorso con 10 colpi di pistola sotto casa. Romanini aveva preso una parte di quei lavori in subappalto; la sua ditta aveva eseguito lavori di messa in sicurezza di un versante franato nel 2009. Con lui c’erano altre cinque imprenditori di altre ditte, tutti finiti nel registro degli indagati. “Scrivono che ci potrebbero essere collegamenti tra l’inchiesta di Mirteo e l’omicidio_ continua la Bellè_ ma non possono pensare che lo abbiamo ammazzato noi. Sarebbe ridicolo. Penso piuttosto che il legame possa stare nei lavori di subappalto, nel giro di denaro che forse gravitava attorno alle ditte che hanno operato anche a Mirteto. Se così fosse l’Amministrazione di Massa non ne uscirebbe bene”. “Romanini non doveva morire così, ma Aldo non doveva morire lì, sotto quella frana”. Fu proprio Nadia Bellè che, dopo i tragici avvenimenti accaduti a Mirteto e Lavacchio, dove persero la vita altre due persone, creò il “comitato dei familiari delle vittime” e organizzò una partecipata fiaccolata per la città, ad un mese dalla morte del cucino Aldo, di Nara Ricci e del piccolo Mattia, per ricordare ma anche per ammonire l’amministrazione: “Quei lavori a Mirteto furono fatti male, altrimenti il terreno non sarebbe franato; forse ci furono troppi subappalti, forse qualcuno non ha controllato, ma furono liquidati, pagati e dunque approvati dall’amministrazione. Eppure proprio in quel punto è avvenuta la frana che si è portata via Aldo. Chiediamo alla giustizia di fare il suo corso, ma come familiari delle vittime abbiamo l’impressione che dall’inchiesta non stia emergendo quello che dovrebbe”.