La Corte Costituzionale annulla le norme regionali sul lapideo apuo-versiliese. Soddisfatti gli industriali: «La tutela del mercato deve essere uniforme»
La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime le disposizioni della legge regionale toscana che imponevano la cosiddetta “filiera corta” del marmo, cancellando di fatto l’obbligo per le aziende di lavorare nel sistema produttivo locale almeno il 50 per cento del materiale estratto dalle cave dell’area apuo-versiliese.
Una decisione destinata a incidere profondamente sul futuro del comparto lapideo e sugli equilibri costruiti negli ultimi anni attorno al distretto del marmo apuano. La sentenza della Consulta mette infatti fine a una lunga battaglia giuridica e politica che aveva coinvolto imprese, sindacati, amministrazioni e associazioni ambientaliste.
Secondo i giudici costituzionali, le disposizioni contenute nella legge regionale 52 del 2025 interferiscono con il principio della libera concorrenza, alterano le dinamiche del mercato e introducono barriere territoriali incompatibili con la Costituzione.
Nel dispositivo la Corte sottolinea come la tutela della concorrenza debba essere regolata in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale e non possa essere sottoposta a discipline differenziate su base territoriale. La sentenza richiama inoltre l’articolo 120 della Costituzione, evidenziando che le norme regionali ostacolavano la libera circolazione delle merci e limitavano l’esercizio dell’attività economica.
Al centro dello scontro c’era l’obbligo imposto alle imprese di trasformare localmente almeno metà del marmo da taglio estratto dalle cave, attraverso anche un articolato sistema di tracciabilità che seguiva il percorso del materiale dalla cava fino agli opifici.
Proprio contro quel sistema erano stati presentati numerosi ricorsi da parte delle aziende del settore. Nei mesi scorsi il Tar aveva sospeso il giudizio su nove ricorsi relativi al regolamento comunale sulla tracciabilità, in attesa del pronunciamento della Corte Costituzionale sulla compatibilità della norma regionale con la Carta.
La sentenza arriva inoltre mentre era già aperto un confronto politico sulla proposta del Comune di Carrara di prorogare da due a quattro anni il termine per raggiungere la quota del 50 per cento di lavorazione locale. Un dibattito che ora rischia di essere completamente superato dalla decisione della Consulta.
Soddisfazione è stata espressa dal mondo industriale. «La sentenza ripristina i principi di libera concorrenza — dichiarano Federica Guadagni, presidente della sezione lapideo e carbonati di Confindustria Toscana Centro e Costa, e Paolo Mazzi del consiglio direttivo della sezione —. La decisione conferma la bontà dell’impostazione che avevamo sostenuto anche attraverso il lavoro del nostro ufficio legale. È una pronuncia che ribadisce come la tutela del mercato debba essere uniforme».
Immediate anche le riflessioni all’interno dell’amministrazione comunale di Carrara, dove si sta già procedendo all’analisi della sentenza e delle sue conseguenze sul quadro normativo locale.
«Una sentenza della Corte Costituzionale si rispetta — commenta Nicola Marchetti — e adesso sarà necessario leggere con attenzione tutti i dispositivi e fare le opportune valutazioni».
La decisione della Consulta segna dunque una svolta per il distretto del marmo, aprendo una nuova fase nel delicato equilibrio tra libertà economica, valorizzazione del territorio e regolamentazione del settore estrattivo.
