L’Unione delle Camere Penali Italiane esprime vicinanza a Mattia Feltri, giornalista fra i pochi rimasti capaci di guardare a ogni potere senza inginocchiarsi, e di farlo con un’ironia tale da cogliere nel segno e rendere facilmente comprensibile a tutti il cuore della sua critica.
Da anni Mattia Feltri racconta le storture del sistema penale con equilibrio, spirito liberale e attenzione alle garanzie dei cittadini, ricordando ostinatamente che la giustizia non coincide con il tifo, che la presunzione d’innocenza non è un fastidioso orpello e che i magistrati, come tutti, possono essere criticati.
Colpisce che l’Associazione Nazionale Magistrati torinese, per replicare a un suo articolo, abbia scelto il registro della pedanteria professorale, della superiorità cattedratica, quasi a voler impartire lezioni elementari a chi, evidentemente, conosce bene ciò di cui parla. Si è arrivati persino a suggerire che pubblicare il nome di due magistrati destinatari di una sanzione disciplinare sarebbe una specie di barbarie giornalistica. Si tratta della stessa prassi che quotidianamente tutti i giornali seguono non soltanto nei confronti di chi sia stato definitivamente condannato o sanzionato, ma persino di chi sia soltanto indagato o imputato e dunque ancora assistito dalla presunzione di innocenza, in nome del diritto di cronaca e dell’interesse pubblico, salvo le eccezioni previste dalla legge, a tutela delle vittime e delle situazioni particolarmente delicate.
Il comunicato dell’Associazione nazionale magistrati, del resto, conferma perfettamente che Mattia Feltri ha colto nel segno: per chi amministra la giustizia sembrano non valere le regole che valgono per chiunque altro.
Ogni giorno il diritto di cronaca prevale, come è normale in una democrazia, sulla suscettibilità e sulla riservatezza dei protagonisti delle notizie, ma evidentemente non quando i protagonisti sono magistrati. In questo caso, si issa il vessillo della lesa maestà rivendicando l’intangibilità.
Chi è chiamato ad applicare le regole rivendica con alterigia il privilegio di esserne dispensato.
