Per alcuni il riordino delle Province è il tormentone dell’estate. A dire il vero, nel nostro territorio, mi sembra che la questione finora si culli in un torpore collettivo, a parte qualche sussulto di segno centrifugo nella Lunigiana.
La questione però, avrà conseguenze significative sull’organizzazione della comunità locale nell’articolazione della vita sociale: le rappresentanze politiche ma anche sindacali e delle categorie economiche, i presidi territoriali dello Stato e di numerosi enti (per esempio le Camere di Commercio).
Ad oggi, l’applicazione dei requisiti previsti dal Consiglio dei Ministri, ci consegna un’unica Provincia composta dalle attuali Massa Carrara, Lucca, Pistoia e Prato.
Al contempo, la Legge conferisce al Consiglio delle Autonomie locali il compito di approvare una ipotesi di riordino delle Province ubicate nel territorio regionale.
Delle due l’una: o esiste lo spazio per una proposta regionale che deroghi gli attuali criteri di popolazione ed estensione territoriale, o la partita è già finita.
Il supporto migliore per una proposta di modifica all’interno del Consiglio delle Autonomie non può però riposare sulla stessa logica di fissare confini con “righe e compassi” come è da temere si verifichi, prevalendo in questo modo i vari campanilismi ed il “conto di più se sono di qua o di là”.
La considerazione principale e prioritaria a mio avviso, ad oggi rimasta pressoché sullo sfondo, riguarda le funzioni e le competenze del nuovo ente intermedio. Conosciamo infatti quali sono le funzioni conferite dallo Stato alle nuove Province, (pianificazione territoriale, ambiente, trasporto locale, strade provinciali ed edilizia scolastica), mentre non conosciamo quali sono le funzioni proprie della Regione il cui esercizio intende trasferire alle Province.
Ritengo che l’individuazione prioritaria da parte della Regione di queste funzioni (turismo? sviluppo economico? programmi comunitari? formazione professionale? cito degli esempi) possa assecondare una proposta di riordino funzionale facendo emergere le vocazioni comuni, le omogeneità territoriali, i punti di forza ed anche quelli di debolezza: per approdare ad un assetto territoriale che abbia potenzialità di maggiore competitività e sviluppo.
Porto un piccolo esempio: in questi anni abbiamo collaborato con le altre province della costa toscana nel programma transfrontaliero Italia-Francia marittima, secondo criteri di eligibilità dei territori individuati dalla stessa Unione europea. Ora, se questa funzione sarà svolta in toto dalla Regione, il problema diciamo non si pone; ma se l’esercizio di questa funzione rimanesse in capo all’ente Provincia, risulterebbe ancora più stridente un accorpamento da Massa Carrara a Prato.
E con questo non sto propugnando l’alternativa della maxi provincia di costa, perché ritengo che, pur in una logica di accorpamento, i criteri di adeguatezza e differenziazione previsti dall’art. 118 della Costituzione inducano a creare un ente intermedio di soglia “ragionevole” che, nel nostro caso, risulterebbe sufficiente con Lucca.
C’è un altro aspetto che crea legittime preoccupazioni: riguarda il futuro delle risorse umane impiegate nelle attuali province. Individuare quale esercizio di funzioni si intende trasferire alla nuova Provincia serve a delineare l’assetto di uffici e servizi e quindi delle persone che ci lavorano. Se questo non viene preliminarmente chiarito, anche le riunioni che si fanno con le organizzazioni sindacali non possono che “girare a vuoto”.
Può darsi che alla fine le cose rimangano come sono. Ma il tentativo va compiuto ed è sul lato di questa possibilità che la politica assume un suo dovere, mentre finora molti suoi rappresentanti si sono dimostrati assai distratti. In questo tentativo sarebbe buona cosa ci fosse anche una scossa di attenzione e responsabilità da parte di tutti i cosiddetti attori sociali. Come si dice…”la questione è di qualche importanza per lasciarla solo nelle mani della politica”.
Paolo Baldini
Assessore provinciale Sviluppo economico
