L’uso civico dei bacini si perderebbe nella notte dei tempi e la gestione comunale non sarebbe che retaggio moderno, cui si sarebbe arrivati de facto, per inerzia insomma, ma mai, se non dopo la sentenza di alcuni giorni fa, per vie ufficiali. Una decisione che sembrerebbe essere più che altro politica e figlia delle ultime filosofie privatistiche. Ma così non dovrebbe essere secondo i ricorrenti, e solo grazie ad una gestione partecipativa della risorsa marmo si avrebbe la possibilità di salvare la lavorazione in loco e con essa la filiera, senza contare l’imposizione di un limite alla produzione di scaglie, che tutelerebbe di per sé le Apuane stesse, altrimenti destinate alla distruzione; le sorgenti, tramite il controllo della dispersione di terre, olii esausti e marmettola; nonché la messa in sicurezza del territorio e di chi in cava lavora, tramite la messa in atto della caducazione delle concessioni a chi dimostra di non saper gestire responsabilmente gli agri: ad oggi invece in 5 anni si sarebbe accumulato ben 1 milione di tonnellate di terre di cui si sarebbero perse le tracce, mai conferite, sarebbero, ancora pericolosamente, abbandonate al monte.