AGOSTO o no, l’Italia dei veti è sempre all’opera: dopo avere bloccato lo sbarco dell’Ikea a Migliarino, nel pisano, ora sta muovendo le sue truppe per scongiurare l’apertura del gigante svedese del mobile a San Martino in Campo, nel perugino. Il motivo della resistenza è sempre lo stesso: fermare lo straniero con il suo micidiale mix di prezzi competitivi e immagine di qualità, tale da far dire al presidente dei mobilieri umbri che a rischio ci sarebbero duemila posti di lavoro.
E A CHI si trova a decidere se rilasciare o no le licenze spetta l’angoscioso dilemma se privilegiare il vecchio o il nuovo. Ovvero se proteggere i posti di lavoro esistenti o piuttosto aprire il mercato a un nuovo attore, dando un’altra opportunità di scelta ai consumatori (e creando comunque circa 400 posti di lavoro per ogni punto-vendita). In fin dei conti è lo stesso rompicapo che stiamo vivendo per la benzina: tutti sanno che consentire ai grandi centri commerciali di aprire nuove pompe di carburante spingerebbe al ribasso i prezzi, ma i distributori tradizionali si oppongono fieramente, lamentando che tutto questo costringerebbe molti di loro alla chiusura. Che fare, dunque? La nostra idea è che non si possano chiudere le porte a nuovi marchi, portatori di modelli di distribuzione che il consumatore ha dimostrato di gradire.
Non è arroccandosi in una sorta di protezionismo che si rintuzzano gli attacchi della concorrenza: vale per i mobili, vale per la benzina, vale per tutti i settori in cui esiste, grazie a Dio, la libertà di mercato. Nessuno alzò un dito quando i negozietti di alimentari vennero stritolati dalla grande distribuzione, perché si dovrebbero tutelare ora altri settori? L’importante è che chi arriva assuma manodopera locale e rispetti alla lettera tutte le normative, il resto lasciamo che lo faccia il cliente.
Purtroppo, ed è una chiusura amara, nell’Italia dei veti la Toscana è sempre presente in posizioni di evidenza. Qualche giorno fa ‘Il Sole 24 Ore’ citava il caso dell’ex Sadam di Castiglion Fiorentino, un investimento da 100 milioni di euro (e 450 posti di lavoro) per trasformare uno zuccherificio dismesso in un impianto per produrre energia elettrica con le biomasse. Anni e annorum per le autorizzazioni. E giovani che perdono opportunità preziose come non mai.
