La riforma sulla quale siamo chiamati a votare è stata comunemente definita “della separazione delle carriere dei magistrati”, ma questo è solo uno degli aspetti, e non quello principale.
La separazione delle carriere dei magistrati giudicanti e dei magistrati requirenti (cioè giudici e pubblici ministeri) serve solo per introdurre e giustificare la creazione di due diversi Consigli Superiori della Magistratura e di una separata Corte disciplinare. La stessa separazione viene motivata con la considerazione che il giudice non sarebbe un organo terzo e imparziale perché appartiene alla stessa carriera del pubblico ministero e sarebbe portato a dare sempre ragione al pubblico ministero; la considerazione è falsa, anzitutto perché smentita dai dati statistici: circa la metà dei procedimenti penali si conclude con l’assoluzione dell’imputato, a riprova che il giudice valuta le prove in modo terzo e imparziale e non dà automaticamente ragione al pubblico ministero.
Il ministro della giustizia sostiene che il pubblico ministero dovrebbe diventare l’avvocato dell’accusa, come negli Stati Uniti, dove il pubblico ministero vuole la condanna a tutti i costi. Ma questo sarebbe un danno per i cittadini, perché oggi il pubblico ministero, proprio perché appartiene alla stessa carriera del giudice e ne condivide la formazione e la mentalità, deve ricercare la verità e non la condanna a tutti i costi, come farebbe l’avvocato dell’accusa, e quindi ricerca anche le prove a favore dell’indagato e non solo quelle a carico. E inoltre un pubblico ministero separato dal giudice ricadrebbe inevitabilmente sotto il potere esecutivo, come ammesso anche dal ministro della Giustizia e come avviene in tutti i paesi in cui le carriere sono separate.
La riforma costituzionale, partendo dalla separazione delle carriere, modifica il Titolo IV della Costituzione, intitolato “La Magistratura”, quindi riguarda l’assetto del potere dello Stato (appunto la Magistratura) cui è conferito il compito di assicurare il rispetto della legge da parte di tutti i cittadini, compresi quelli che svolgono attività politica.
Con questa riforma la magistratura viene indebolita perché:
1) il Consiglio Superiore della Magistratura (cioè l’organo che governa tutta la vita professionale di ogni magistrato e di cui fanno parte sia magistrati che esponenti di nomina politica eletti dal parlamento) viene diviso in tre organismi diversi;
2) in ciascuno di questi organismi la parte politica viene rafforzata perché i magistrati che ne fanno parte vengono sorteggiati tra tutti i magistrati, mentre i rappresentanti del parlamento vengono “sorteggiati” in un elenco di persone scelte dal parlamento, elenco di persone del quale non si conosce la dimensione, e che quindi potrebbe essere ristrettissimo trasformando così l’apparente sorteggio in una vera e propria designazione di persone di fiducia della maggioranza parlamentare del momento;
3) in questo modo risulta indebolita l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati, che sono la garanzia che la legge sia uguale per tutti.
In sostanza la riforma disegna un diverso equilibrio tra i poteri dello Stato, equilibrio indispensabile per una corretta tenuta dell’ordinamento democratico. Infatti, quando si altera questo equilibrio l’indebolimento di un potere dello Stato non rimane un fatto neutro, privo di conseguenze, ma comporta l’automatico rafforzamento del potere di un altro organo dello Stato: basta vedere cosa è successo da qualche anno a questa parte, quando il Parlamento è stato piano piano privato del suo potere di iniziativa legislativa e questo potere non si è dissolto nell’aria, ma si è trasferito su un altro organo, il governo, che infatti oggi legifera in maniera quasi esclusiva con decreti legge e voti di fiducia.
Ebbene, dall’indebolimento del Consiglio Superiore della Magistratura, e quindi della Magistratura, non può che derivare un rafforzamento del potere esecutivo. E’ anche già previsto (vedi proposta di legge Zanettin-Stefani) che in futuro sia il parlamento a dare indicazioni alle Procure della Repubblica su quali reati indagare: è facile capire quali presumibilmente saranno queste indicazioni…
La riforma in questione non serve in alcun modo a migliorare l’efficienza del servizio giustizia, o a mettere in galera più “spacciatori, stupratori, pedofili, immigrati illegali” come ci vogliono far credere, o a proteggere i “bambini strappati alle madri” (peraltro in base a una legge approvata dalla attuale maggioranza: decreto Caivano).
Chi è scontento per la lentezza dei processi, per la complessità delle procedure, per un funzionamento certamente carente, dovrebbe votare NO proprio per questo: perché a fronte di carenze di personale, di strutture, di magistrati, a fronte di norme processuali che sembrano fatte apposta per allungare i processi, non si mette mano neppure indirettamente a qualche miglioramento, ma si modificano pesantemente norme essenziali della Costituzione capaci di incidere sull’equilibrio dei poteri dello Stato.
E anche chi si lamenta di essere stato coinvolto in una decisione troppo tecnica, difficile, che avrebbe dovuto essere presa dal Parlamento dovrebbe votare NO, per protesta contro questo modo di legiferare che scarica sui cittadini responsabilità che sono della politica.
Paolo Puzone
magistrato in pensione, già presidente del Tribunale di Massa.
