Segnalato da WWF – associazione Assiolo – Marina di Massa –
Negli ultimi mesi torna al centro dell’attenzione il problema degli abbruciamenti di materiale vegetale effettuati da privati cittadini, una pratica ancora molto diffusa che, oltre a generare disagi evidenti, contribuisce in modo significativo all’inquinamento atmosferico nelle aree urbanizzate e residenziali.
In passato diverse amministrazioni comunali avevano emanato regolamenti e indicazioni sugli abbruciamenti, cercando di orientarsi tra normative nazionali spesso poco chiare e talvolta contraddittorie. Proprio questa incertezza legislativa aveva creato non poca confusione tra cittadini e enti locali. La questione è stata anche oggetto di attenzione a livello europeo: l’Italia era infatti stata coinvolta in una procedura di infrazione (EU Pilot 9180/17/ENV) relativa alle deroghe presenti nella normativa sui rifiuti, situazione poi chiusa con la riforma introdotta dal Decreto Legislativo 116/2020, che ha contribuito a chiarire il quadro normativo.
Al di là degli aspetti legali, resta però centrale la questione ambientale e sanitaria. Numerosi studi scientifici e monitoraggi della qualità dell’aria hanno dimostrato che la combustione all’aperto di residui vegetali produce emissioni altamente inquinanti. Tra queste figurano polveri sottili (PM10), monossido di carbonio e composti organici volatili (COV), ma anche sostanze particolarmente tossiche come idrocarburi policiclici aromatici (IPA), diossine, dibenzofurani e metalli pesanti.
foto del 1 marzo 2026
Secondo stime elaborate da ARPA Lombardia, le emissioni di PM10 generate da un singolo falò di residui vegetali — pari al carico trasportabile da un furgoncino con un volume di circa 3 x 2 x 2 metri — equivalgono a quelle prodotte in un intero anno da un comune di circa 4.000 abitanti per il riscaldamento domestico a metano. Un dato che evidenzia con chiarezza l’impatto reale di una pratica spesso percepita come innocua.
La combustione libera della vegetazione appare inoltre in evidente contrasto con le politiche di contenimento dell’inquinamento atmosferico adottate in Italia negli ultimi decenni. Da un lato vengono imposti limiti sempre più severi alle emissioni dei veicoli e controlli annuali sugli impianti di riscaldamento civile — misure corrette ma onerose per cittadini e imprese — mentre dall’altro continuano abbruciamenti che producono emissioni rilevanti e facilmente evitabili.
Le alternative esistono e risultano già ampiamente praticabili. Il materiale vegetale può essere recuperato attraverso gli impianti di trattamento per la produzione di compost oppure riutilizzato direttamente tramite pratiche di compostaggio domestico, trasformando sfalci e potature in risorsa anziché in fonte di inquinamento.
Alla luce del quadro normativo e scientifico, cresce quindi la richiesta alle amministrazioni comunali di intervenire con decisione per porre fine a una pratica ritenuta illecita e dannosa, soprattutto nei territori urbanizzati. Molti cittadini, va sottolineato, spesso non sono consapevoli di commettere un’infrazione: per questo motivo una campagna informativa preventiva, capillare ed efficace potrebbe rappresentare il primo passo per ridurre drasticamente il fenomeno, privilegiando la prevenzione rispetto alla sola attività sanzionatoria.
Tra le possibili soluzioni proposte vi sono anche incentivi alle pratiche virtuose, rendendo più semplice e comoda la gestione del verde domestico. Ad esempio, la distribuzione di bidoncini dedicati da 200 litri alle utenze con giardini superiori ai 50 metri quadrati per la raccolta programmata di sfalci e potature, oppure la fornitura di istruzioni e kit per il compostaggio domestico.
Una strategia che, oltre a migliorare la qualità dell’aria, contribuirebbe a diffondere una maggiore consapevolezza ambientale e a costruire un rapporto più sostenibile tra cittadini e territorio. Perché ciò che oggi finisce in fumo potrebbe, invece, diventare una risorsa utile per l’ambiente e per la comunità.
