Le statistiche sono impietose, perché già al giorno d’oggi con la crisi economica imperante è difficile trovare e mantenere un posto di lavoro, ma anche quando lo si ottiene o lo si mantiene, le condizioni lavorative, specie dal lato psicologico, sono sempre meno rosee.
Corrisponderebbe a 9 milioni, infatti, il numero di italiani che patiscono un forte disagio sul luogo di lavoro o comunque legato alla loro attività lavorativa. Tra questi, le donne sarebbero il doppio degli uomini. A conforto di questa stratosferica e drammatica realtà, sarebbero le migliaia di richieste d’aiuto arrivate dall’inizio del 2013 ad oggi, ai diversi progetti di ascolto psicologico e di tutela giuslavoristica che sono nati durante la crisi economica o che continuano a giungere allo “Sportello dei Diritti”, associazione da anni impegnata a difendere i lavoratori dalle angherie subite sul posto di lavoro anche a seguito dell’esperienza personale del suo fondatore Giovanni D’Agata.
Lo stereotipo della persona che si rivolge a questi progetti sono, ovviamente, lavoratori in difficoltà, disoccupati e imprenditori, che hanno ulteriormente subito gli effetti della crisi, non solo a livello personale, ma anche a livello familiare. Tant’è che in gran parte dei casi sono proprio i familiari a recarsi presso i centri d’ascolto o a contattarci via mail un pò per bypassare la sensazione d’imbarazzo che porta molti padri di famiglia a cercare di tenere nascosto il proprio disagio che, al contrario, si manifesta troppo spesso quando si rientra a casa a contatto con i propri cari.
Rimane, quindi, una folta ed occulta maggioranza di cittadini che non va alla ricerca di sostegno, per vergogna, diffidenza e mancanza di informazione. In particolare, rientra in questa categoria, circa il 25% degli impiegati di banca e assicurazioni, i quali ripiegano nell’uso, che a volte diventa abuso, di farmaci antidepressivi o sonniferi. Tale percentuale fa accoppare la pelle se si riflette che i consumatori di farmaci delle altre categorie si assestano attorno al 10%.
La colpa di tutto ciò va ricercata nell’evoluzione, o forse involuzione del sistema bancario-assicurativo su scala globale che ha visto banche e assicurazioni colpite da un’infinità di scandali di proporzioni gigantesche e rilevanza mediatica portando ad addossare a questi settori, non a torto, la responsabilità della crisi globale che stiamo vivendo. E così banchieri e assicuratori da figure rispettate o comunque tenute in gran considerazione sono divenute poco amate dall’opinione pubblica.
Questo è un primo elemento che denota lo sgretolarsi di un sistema che veniva ritenuto, anche dagli stessi lavoratori e solo fino a poco tempo fa, saldo e infrangibile, ma il contesto economico e finanziario mondiale e la sua crescente complessità e “friabilità” hanno contributo ad accrescere le incertezze del singolo lavoratore sempre più in balìa di vendite, fusioni e accorpamenti con altri istituti finanziari ed assicurativi o addirittura fallimenti e liquidazioni.
A ciò aggiungasi la maggiore richiesta di competenze e di una politica lavorativa degli obiettivi sempre più esigente che indirizza i due comparti alla ricerca di eccellenza ed esaspera scientificamente la competizione interna a danno dei rapporti interpersonali tra colleghi. Inevitabilmente queste esigenze, se da una parte incentivano le motivazioni personali, dall’altra obbligano il dipendente a caricarsi di oneri lavorativi, che aggravano ulteriormente la tolleranza di uno stress quotidiano sempre maggiore.
La conseguenza di queste politiche aziendali sono troppo spesso l’insorgenza di malesseri cronici e di depressioni che alla fine vanno a pesare sugli stessi datori e sul Nostro sistema di Welfare.
