Erosione? Un po’ di colpa potrebbero averla anche i balneari. Almeno così pare di dedurre dalla parole di uno dei firmatari del megaprogetto che dovrebbe ridare speranza al litorale apuano.

Il cuore del dibattito è proprio lui, il progetto antierosione: geotubi o non geotubi è la riedizione in salsa apuana del dubbio amletico. Noi il quesito lo abbiamo posto a chi su quel progetto ha apposto la firma e ora “tira le orecchie” anche ai balneari. Giuliano Arrighi, fino al 2010, i lavori antierosione li ha anche diretti. E adesso è lui a ripercorrere la storia del progetto. E, seppur a conclusione della riflessione e senza polemica, qualche sassolino dalla scarpa se lo toglie: «La filosofia del progetto – è la premessa – non è bloccare le mareggiate, impossibile farlo ma evitare che la spiaggia se ne vada. Dove ci sono i geotubi la spiaggia c’é, si può camminare un centinaio di metri in mare. Ma l’importante – ecco la stoccata – è che quella sabbia rimanga lì per garantire un fondale lungo e basso: l’onda risale in spiaggia e si ritira senza far danni. Se invece quella sabbia viene rimossa, la profondità aumenta e l’onda arriva con maggiore potenza. Eppure camminando sul mare di cumuli di sabbia se ne vedono parecchi». Il riferimento è all’abitudine di qualche vecchio lupo di mare di prelevare sabbia dalla battigia per costruire barriere a protezione delle cabine.

Così – questo il concetto – il fondale si alza e il mare acquista potenza. Del resto, basta fare una camminata sul lungomare e di cumuli di sabbia se ne incontrano eccome. La logica è chiara: tolgo dalla battigia e aggiungo alla spiaggia, assicurando le strutture. Ma mettendo a rischio un equilibrio che – secondo l’ingegnere Arrighi – i geotubi contribuiscono a creare. Poi il capoprogetto si concede qualche parola sull’efficacia e operatività dei geotubi: «La funzionalità è la stessa delle scogliera, ma la tecnologia è più recente. E ha un vantaggio: non si porta in mare altro che il telo in geotessuto e lo si riempie con sabbia, un materiale a disposizione in loco. Non solo – aggiunge – c’é anche un altro aspetto: se la scogliera si rompe, il materiale (masso) finisce in mare. Se si rompe un geotubo perde solo sabbia ed è possibile intervenire per aggiustarlo. La scelta dei geotubi – Arrighi mette i puntini sulle “i”- fu pienamente condivisa, negli anni’90 ne erano già stati realizzati alcuni. Certo, tecnologia recente significa anche conoscenza non codificata, in ogni caso, anche con una lieve curvatura, il geotubo funziona». Ai balneari il diritto di replica.

da Il Tirreno