Lo scorso 3 novembre la giunta comunale di Carrara ha dato il via libera alla variante urbanistica che consentirà l’uso dell’area retro portuale trasformandola da terreno di stoccaggio a terreno industriale per permettere le produzioni del nuovo stabilimento del Pignone. Il “Documento preliminare ai fini della verifica di assoggettabilità alla procedura di VAS”, redatto in ottobre dalla biologa Antonella Grazzini e dall’architetto Fabio Nardini, allegato alla delibera però susciterebbe non poche perplessità. Sebbene lo stabilimento industriale sia già stato inaugurato i due professionisti affermerebbero chiaramente come nella zona in questione, compresa all’interno del Sin, non siano stati ancora attuati interventi di bonifica. Secondo Grazzini e Nardini, “uno degli elementi di maggior criticità per la zona” sarebbe proprio “l’inquinamento del suolo e delle acque sotterranee”. “Si tratta di affermazioni assai preoccupanti”, afferma David Chiappuella, portavoce del Fli carrarese che da tempo si batte contro la costruzione dell’impianto in quella zona. Una feroce critica inoltre è rivolta all’ Associazione Industriali di Massa-Carrara, il cui presidente Giuseppe Baccioli, impegnato anche come direttore dello stabilimento del Nuovo Pignone di Massa, avrebbe inviato rassicurazioni al gruppo parlamentare di Fli alla Camera. A seguito dell’interrogazione presentata dai deputati Fabio Granata ed Enzo Raisi, Assindustria avrebbe assicurato che nell’area sarebbero stati “effettuati tutti gli interventi sui suoli”, “preceduti dalle procedure previste dal codice dell’ambiente, quali analisi, progetti di messa in sicurezza e di bonifica delle falde. Altra contraddizione poi riguarderebbe i volumi di gas metano che verranno bruciati durante i test: se Grazzini e Nardini li quantificano in 4 milioni di metri cubi in 3 anni, nella lettera di Assindustria si parla invece di circa 20 milioni. “La mancanza di chiarezza dimostrata dal Comune di Carrara su un aspetto così rilevante non appare tollerabile”, accusa Chiappuella, “mentre corpose inesattezze riguardano anche i numeri relativi alla ricaduta occupazionale. Per questo motivo”, conclude, “daremo il via ad una campagna di informazione, chiedendo anche nuove analisi dell’Ispra sulle aree e la falda in questione”.
