Alla luce di quanto emerso dalla puntata di Report trasmessa ieri sera da Rai 3, inerente, tra le altre cose, l’escavazione selvaggia delle nostre montagne, perpetrata quotidianamente per ricavare soprattutto carbonato di calcio (marmo bianco polverizzato), utilizzato in gran parte per la desolforazione dei fumi delle centrali termoelettriche, risulta inevitabile tornare a riflettere sul modo in cui si potrebbe limitare lo scempio a cui quotidianamente viene sottoposto quello straordinario patrimonio geologico, botanico e paesaggistico rappresentato dalle Alpi Apuane. Il carbonato di calcio viene utilizzato in massicce quantità per limitare le emissioni di anidride solforosa prodotta dalle centrali termoelettriche, che altrimenti sarebbe sversata in atmosfera, provocando un considerevole inquinamento. Lo zolfo presente nei fumi di combustione di questi impianti viene in gran parte eliminato (fino all’80-90%), se filtrato con carbonato di calcio. Uno dei tanti problemi che questo tipo di desolforazione presenta deriva dal fatto che ogni centrale da 1000 MW richiede circa 90.000-100.000 tonnellate annue di carbonato di calcio, che comportano un enorme consumo di questo minerale, prodotto in massima parte sfruttando i nostri monti. Tutto ciò induce a ritenere che l’uso massiccio del carbonato per le centrali termoelettriche, non possa costituire la sola e definitiva soluzione del problema della desolforazione. Lo sventramento delle nostre montagne potrebbe essere considerevolmente ridotto se, come già avviene in altre parti del mondo sprovviste di questo minerale, si adottassero dei metodi diversi per desolforare i fumi delle centrali. Sembra pensarla in questo modo anche il professor Maurizio Caselli, docente di chimica analitica ed ambientale all’Università di Bari. Egli sostiene, infatti, che invece di distruggere le montagne per attivare il metodo detto “a calcare-gesso”, che, come si è visto, comporta pesanti problemi d’impatto ambientale, si potrebbe utilizzare un metodo catalitico meno invasivo, ricorrendo al pentossido di vanadio per trasformare l’anidride solforosa in anidride solforica. Quest’ultima, ovviamente, non dovrebbe essere immessa in atmosfera, ma andrebbe prima trasformata in acido solforico, che ha molti importanti impieghi industriali e rappresenta un grande business per chi lo produce. Per desolforare i fumi in modo più economico e con meno danni per l’ambiente, potrebbero anche essere utilizzati, come reagenti, il carbonato di sodio e l’ossido di magnesio, che si trovano sul mercato delle materie prime-seconde a prezzi interessanti. In questo modo le Apuane sarebbero molto meno depredate e l’ambiente e la salute dei carraresi più tutelati.

 

                                                 David Chiappuella

                                                 Coordinatore regionale Federazione Giovanile Repubblicana Toscana